i tre di belleville: origini della musica techno

MODEL 500 è uno degli alias del produttore americano JUAN ATKINS (Detroit, Michigan, U.S.A. 1962) uno dei tre pionieri di quello stile di musica elettronica noto come Techno o Detroit Techno assieme a Derrick May e Kevin Saunderson. I Tre di Belleville, così conosciuti perchè entrambi, per vari motivi, erano andati ad abitare  nel sobborgo di Detroit, all’inizio degli anni 1980 cominciano a plasmare un suono prodotto con  soli strumenti elettronici. Un suono che esploderà in Europa negli anni 1990. Non è così casuale che la musica techno abbia visto i suoi natali nella capitale mondiale dell’auto e della catena di montaggio (Ford, Chrysler e General Motors) e della musica Soul (la casa discografica Tamla Motown (acronimo di  Motor e Town e il famoso programma televisivo Soul Train che aveva una stazione proprio a Detroit). Una città considerata un modello dove ricchezza e povertà  convivono nelle loro forme più esasperate con una  colonna sonora unica e sempre proiettata verso il futuro. Detroit sarà la fucina di suoni che poi si espanderanno nel resto del globo: il Soul e il Funk della Motown che influenzerà la musica Pop, il Reggae e il Rap e  l’heavy Rock proto-Punk di MC5  e Iggy Pop and The Stooges che sarà uno dei punti di riferimento per l’Hard Rock, il Punk e il Metal.

All’alba degli anni 1980 per i pionieri Techno i modelli erano anche e soprattutto quelli europei, Kraftwerk, il Synth Pop inglese come New Order o Human League e la Disco Italiana o Italo-Disco (Telex, Moroder) . Le altre influenze provenivano dal loro retaggio culturale: il sound più science-fiction e visionario del Jazz, del Funk  e del Dub prodotto dai tre extraterrestri Sun Ra, George Clinton e Lee Perry.Nelle menti dei tre di Belville il sound robotico, ripetitivo  e sintetico è apparso più appropriato come  colonna sonora della Motor City, il Soul positivista della Motown strideva con le desolanti periferie,  la catena di montaggio, la segregazione razziale, l’assurda ricchezza  e il declino dietro l’angolo  della megalopoli  tecnologica, perfetta  scenografia del film Robocop. Tutto inizia con l’elegiaca Techno City” del 1984 una traccia dei Cybotron primo progetto di Juan Atkins assieme ad un reduce del Vietnam che preferiva chiamarsi con il numero 3070. Il nome Techno viene scelto da un dj inglese di Northern Soul in visita a Detroit a caccia del nuovo emergente sound afro-americano per una compilation da vendere in Europa intitolata “Techno! The New Dance Sound Of Detroit”.

La fantascienza dei viaggi spaziali alla ricerca di nuovi mondi ha sempre attratto il popolo della diaspora africana. Il leitmotiv del ritorno all’Africa con il disincanto dell’ integrazione e il trascorrere del tempo  si affievolisce, la madre patria diventa un  luogo mitico irraggiungibile anche se sempre presente nella musica  Reggae più legata alla contro-cultura Rastafari. Per gli afro-americani invece erano la ricerca della loro identità e un luogo dove vivere in pace tra loro.  In passato c’erano stati tentativi di un ritorno all’ Africa: il leader afro-giamaicano  Marcus Garvey, teorico del Panafricanismo e  ispiratore del movimento Rastafari e della Nation of Islam, dedicò tutta la sua vita a promuovere il rimpatrio di tutta la gente di origine africana fondando allo scopo, nel 1919, una compagnia di navigazione chiamata Black Star Line. Nel 1847 in West Africa venne costituita la Repubblica di Liberia da schiavi afro-americani liberati che però si definirono americo-liberians. Successivamente l’Africa decolonizzata  diventa molto peggio di quando era preda degli europei e la situazione non è cambiata più di tanto  ai giorni nostri e il sogno di Martin Luther King rimarrà solo l’incipit di un bel discorso utopico. L’attenzione si rivolge quindi altrove e quell’ altrove diventa lo spazio cosmico. Ad esempio per il jazzista Sun Ra and His Intergalactic Solar Arkestra, che dichiarava di provenire da Saturno, “Il Posto è lo Spazio”. Nel film del 1974 “Space Is The Place”, scritto dallo stesso Sun Ra con la regia di John Coney, c’è tutta la sua filosofia in bilico tra sci-fi e blaxploitation:

Sun Ra, con un’acconciatura da antico egizio, un mantello dorato e una sorta di mappamondo posato sul copricapo da faraone, è dato per disperso durante un tour Europeo e si ritrova assieme alla sua band dell’Arkestra catapultato su un nuovo pianeta situato nello spazio profondo. Attorno a lui, tra fiori e piante aliene, si muovono oggetti volanti a forma di medusa e umanoidi incapucciati dal volto a specchio. Decide che è un ottimo posto dove trasferire il popolo di origine africana. Dovendo viaggiare nel tempo per ritornare sulla terra e propagandare la sua idea userà come  medium  la musica. Alla fine caricherà su una astronave, dalla forma di flying saucer con due grosse poppe, chiunque voglia seguirlo prima che la terra venga distrutta.

Sun Ra

Tutta la musica e l’estetica di questo fondamentale visionario è satura di riferimenti astronomici, così come quelle di George Clinton con le sue due bands Funkadelic e Parliament, più acid rock e psichedelici i primi, teorici del  i secondi,  due stravaganti collettivi di musicisti che, soprattutto negli anni 1970, si muovevano tra acid-rock, psichedelia, astronavi (Mothership Connection), teorie Funky (P-Funk), ritmi perfetti per tutta la nazione (One Nation Under A Groove), abiti spaziali, cromati come una tuta da astronauta e un perentorio aforisma “Move your ass and your brain will follow”. I  due giamaicani King Tubby e Lee “Scratch” Perry invece sono gli autori  del  sound spaziale per antonomasia chiamato Dub : le loro tecniche di missaggio, manipolazione e dilatazione del suono sono diventate un modello imprescindibile per i djs  e i  produttori della club culture. Entrambi evocano continuamente suoni di altri mondi, escogitando atmosfere fuorvianti e  in continua  sospensione : King Tubby è il fidato capitano dell’astronave che spara razzi di eco su babilonia, Lee Perry lo stravagante stregone venusiano  in viaggio verso l’Africa di un’altro sistema solare.

Il declino di  Detroit ha inizio alla fine degli anni ’40. Nel 1950 la città  in piena espansione conta due milioni di abitanti 70% bianchi (oggi sono circa 700.000 mila 80% neri). Pur cominciando a perdere posti di lavoro le “tre grosse” fabbriche dell’auto continuano ad attirare una moltitudine di lavoratori neri provenienti dalle campagne del sud degli Stati Uniti. Ai più fortunati venivano concessi i lavori peggiori. Con l’arrivo dei neri la popolazione bianca si trasferisce dal centro verso zone più appartate dell’interland,  portandosi dietro i soldi delle tasse sugli immobili e delle attività commerciali. Anche Detroit Red, meglio noto come Malcom X, per un breve periodo lavorò alla catena di montaggio della Ford. Dopo una detenzione di circa 7 anni nel 1952 si trasferì nella motor city per diventare assistente pastore nel tempio n. 1 della Nation of Islam, l’organizzazione dei mussulmani neri nata a Detroit nel 1931. Lasciata in mano agli industriali la città icona della modernità  diventa il modello del  degrado sociale,  il suo decadimento è inesorabile fino alla odierna bancarotta:  i papaveri delle fabbriche dell’auto detengono il primato della ricerca di salari meno costosi  inaugurando ben presto la delocalizzazione, una sorta di pre-globalizzazione inizialmente negli Stati Uniti e negli anni 1970 all’estero. Le varie crisi del petrolio, il calo demografico e il crollo delle vendite dell’auto hanno fatto il resto assieme alle innumerevoli crisi economiche.

Fin qui, tra i mille ostacoli del vivere in una società che maschera con velata ipocrisia il suo razzismo, la musica degli afro-americani  procede comunque nel segno della speranza, un’illusione di integrazione e uguaglianza che però tarda ad arrivare. Con l’avvicinarsi della fine degli anni 1960 la speranza diventa sempre più rassegnazione, disillusione e rabbia. L’uccisione dei due più importanti leader afro americani (Malcom X , Martin Luther King) sancisce la fine  del movimento per i diritti civili, il Black Panther Party  ha un grosso seguito ma anche una parte della working class bianca condivide la rabbia dei neri e  proprio a Detroit John Sinclair, il manager del seminale gruppo hard rock proto-punk  The MC5  (acronimo di Motor City)  dà vita al White Panther Party  a sostegno delle  Black Panthers. Nel 1967  la città di Detroit fu teatro di una violenta rivolta urbana. In altre città americane come Newark la popolazione nera era insorta, ma The Great Rebellion di Detroit fu  talmente brutale  (43 morti accertati) che il presidente Johnson non contento di Polizia e  Guardia Nazionale  inviò l’esercito con i carri armati. La musica fa la sua parte e si adegua, il Detroit rock è il più duro in circolazione ma anche il sound of young americans della Motown  si fa  più spigoloso e impegnato. Alla fine degli anni 1970  saranno i suoni sintetizzati, le batterie elettroniche e i giradischi a stabilire la nuova direzione verso un caratteristico suono duro, ipnotico e  urbano, malinconico e futurista, mai sentito prima. Ci penserà poi il mediocre attore Ronald Reagan (1981/1989) a  spazzare  via ogni velleità e ogni  illusione di cambiamento degli afro-americani e della working class in generale.

astrologi

  • Detroit 1963 : davanti a 25.000 persone Martin Luther King indica nelle rivendicazioni degli operai neri il motore che spingerà verso la fine della segregazione razziale.
  • Detroit 1965  : il popolare trio  Martha Reeves and The Vandellas  della Motown records si esibisce in un video girato nella catena di montaggio della Ford,  operai inclusi, cantando “Nowhere to run, baby nowhere to hide , I got nowhere to run, baby nowhere to hide” un improbabile inno integrazionista un pò claustrofobico.                       http://youtu.be/17yfqxoSTFM
  • Detroit 1970 : Le fabbriche dell’auto traslocano verso oasi di mano d’opera con poche pretese. I bianchi benestanti traslocano dal centro città verso  aree periferiche più sicure e protette, naturalmente con la borsa  dei soldi delle attività commerciali  e degli immobili. L’etichetta indipendente Tamla Motown, orgoglio e sogno degli afro-americani che ce  l’hanno fatta, trasloca a Los Angeles nel 1972.
  • Detroit 1975 : Il gruppo tedesco Kraftwerk è in America per una serie di concerti, il loro singolo “Autobhan” è  al 5° posto  della classifica USA. Il 29 aprile suonano nella Motor City. Ritorneranno a Detroit il 25 e 26 luglio 1981. Forse non si resero conto di aver suonato davanti ad un pubblico in maggioranza afro-americano.
  • Detroit 1977 : Il dj Charles Johnson meglio noto come Electrifying Mojo inaugura il suo programma radiofonico “The Midnight Funk Association”  un mix di musica senza confini e pregiudizi. Lo show di Mojo fu rivoluzionario e divenne la colonna sonora della gioventù nera per buona parte degli anni 1980. Egli non si conformò alle regole nozionistiche delle altre stazioni radio che suonavano o solo rock o solo black music, a lui piaceva suonare solo ottima musica : Hendrix, Talking Heads, James Brown, Kraftwerk, Italo DiscoB-52s, Philip Glass, P-Funk, New Wave…. cercava il ritmo e il groove ovunque fossero. Ha cresciuto una generazione di giovani detroitiani  con la mente sgombra dai pregiudizi razziali concernenti la musica. All’inizio di ogni suo show Mojo invocava le idee afro-futuriste di Sun Ra e Parliament, poi a mezzanotte faceva atterrare una immaginaria astronave sulla città di Detroit chiedendo agli ascoltatori di lampeggiare con qualsiasi luce a disposizione, così da inondare  la città  di lampi luminosi. La visione di  Electrifying Mojo fu fondamentale per la nascita e lo sviluppo della musica Techno. Dice Juan Atkins : “Mojo era molto popolare tra la popolazione urbana, la sua fu la prima stazione radio Fm nera a giocare tutti i tipi di musica. Sulle radio americane era inaudito avere tutti quei generi musicali in un unico show, le rock radio suonavano solo canzoni rock e le stazioni black mai avrebbero suonato rock o punk”. Mojo sostenne la musica di Juan Atkins fin dal suo esordio nel 1981 con “Alleys of Your Mind”  dei Cybotron  (etichetta Deep Space) un mix di Kraftwerk e spigoloso soul urbano. In seguito fu poi cacciato dalla radio  perchè dedicava tutto il suo tempo a disposizione nel tentativo di dimostrare il fondamentale contributo afro-americano alla musica classica: a causa della sua testarda crociata la sua audience perdeva in continuazione dei pezzi. Resta tuttora un mito inossidabile.
  • Detroit 1980 : L’adolescente  Juan Atkins osserva malinconico dalla finestra della sua cameretta paesaggi urbani desolanti, distese di cemento in rovina, interi isolati disabitati e in completo abbandono, macerie di una umanità allo sbando. Il futuro d’ora in avanti sarà solo immaginario. Sul giradischi il vinile “The Man-Machine” del gruppo tedesco Kraftwerk.
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Juan Atkins: “Berry Gordy boss della Motown records ha costruito il sound dell’ etichetta con gli stessi principi delle catene di montaggio della Ford. Oggi le catene non funzionano più come un tempo. Vengono usati robot e computer per fabbricare le automobili. Sono sicuramente più interessato ai robot della Ford che alla musica di Berry Gordy.
Derrick May: “La musica techno è come Detroit, un completo errore. E’ come George Clinton ( il musicista nero non l’ex- presidente bianco) e i Kraftwerk chiusi nello stesso ascensore”.
Kevin Sauderson: “Techno è l’uso di vecchia e nuova tecnologia per la creazione di un sound futurista”. (note di copertina del disco: “Retro Techno/Detroit Definitive-Emotions Electric”  2xLP Network records, UK 1991).
Juan Atkins indica il tastierista di George Clinton  Bernie Worrell come “the real godfather of techno” e aggiunge che Detroit è sempre stata una città un pò strana. –“A Chicago la House music è  ampiamente basata sul Philly sound. Detroit non ha mai realmente attinto dalla disco music, a noi interessava molto di più la musica europea e il funk. 
Eddie Fowlkes, dj e produttore della prima scena detroitiana, puntualizza che l’intera essenza di Detroit è la working class.-“La disco era troppo morbida; Clinton era tosto: l’origine della durezza della techno è il funk e il fatto che tu potresti camminare   tranquillamente lungo la strada e qualcuno potrebbe abbassare il finestrino dell’auto e cominciare a sparare. Questa è Detroit e  questa aggressività, questa tensione si riflettono nella musica”-.
Il sociologo e futurista Alvin Toffler nel 1970 pubblica “Lo Shock del Futuro”. I Tre di Bellville ne rimasero ammaliati  e lo citano come una fonte di ispirazione: nel libro compaiono per la prima volta termini come “information overload” e “techno rebel”. Quasi una profezia dell’attuale società post industriale sommersa da input ingestibili nell’arco di una sola giornata. Una società tecnologica sovraccarica che sta rivoluzionando totalmente il modo di socializzare, dove spesso realtà e finzione non si distinguono.
Il prolifico, balzachiano, paranoico Piliph K. Dick ci sguazza in mezzo a questa  confusione. Tutti i suoi romanzi alla fine sono  un trattato a proposito del vago confine fra realtà e illusione, vero o falso, come gli androidi e gli animali clonati di  “Il cacciatore di androidi” del 1968, (diventato  Blade Runner al cinema nel 1982) così simili agli esseri viventi biologici che risultano  distinguibili solo tramite un complicato esame dell’iride. Oppure la vita dorata da popstars di “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” (1964) vissuta attraverso un allucinogeno dagli operai ottocenteschi delle miniere di Marte. Una droga sapientemente distribuita dal controllore di turno della realtà. Per non parlare del  celebre Truman show l’ennesimo film tratto da un suo romanzo “Tempo fuori luogo” (1959) dove il protagonista vive inconsapevolmente la perfetta routine quotidiana  in un enorme set televisivo.
La fantascienza  ha un ruolo fondamentale nella black music ma di solito la si associa alla cultura bianca.
Samuel R. Delany ha la stessa immaginazione l’identica forza straniante ma non lo stesso riconoscimento di Philip Dick, sarà l’ennesima combinazione se non fosse  che Delany sia uno scrittore di fantascienza afro americano.
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 La new wave europea, l’Europa in generale, era anche un punto di riferimento per le serate nei locali. I college party come venivano chiamati sono l’altro tassello alla base della nascente scena techno………cøntinua

røbertø.aghus– marzo 2014

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